La manifestazione internazionale imperniata sull'hacking di sistemi informatici è stata vinta per la seconda volta dal team del Politecnico di Milano. Otto ore di passione
Se vi è mai capitato di confrontarvi, nel campo informatico, con persone di altre nazionalità, avrete senz'altro scoperto che la "patria dell'informatica" non è certo la migliore o l'unica fucina di cervelli in questo campo. Certamente offre opportunità economiche e di mercato di primo livello, ma non ha l'esclusiva sulla genialità, anzi.
Non voglio con questo dire che gli USA siano l'ultima ruota del carro, ma è sbagliato pensare che siano la prima e unica locomotiva dell'informatica. Sarebbe ora che l'Europa si svegliasse e iniziasse a considerare anche le iniziative extra-USA come altrettanto valide.
Mi interessa però mettere in evidenza proprio l'aspetto "cervelli" e non l'ecosistema a supporto. Si può obiettare che la diffusione dell'informatica in Italia è ancora troppo bassa, ma la mera massificazione della tecnologia non genera idee, semplicemente banalizza la tecnologia stessa.
E se è vero che banalizzando la tecnologia la si rende accessibile a più persone, non si può generalizzare e dire che più persone utilizzano una tecnologia, maggiore diventa il loro personale interesse a svilupparla, conoscerla, dominarla, migliorarla.
Non stiamo quindi parlando di semplici fruitori di tecnologia altrui, ma di veri hackers, quelli che le cose le fanno a fettine per capire come sono fatte, come funzionano, come costruirne di nuove, come migliorarle. Queste attitudini non vengono stimolate da un ambiente favorevole, ma al contrario dai pochi mezzi, dall'inventiva, dalla curiosità e dalla tenacia dei singoli.
Italiani: popolo di navigatori e di hackers...
[Via Punto Informatico]
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